Foto articolo La Repubblica - BolognaRingrazio il giornalista Luca Baccolini e La Repubblica per questa intervista, che mi ha dato l’opportunità di condividere alcuni aspetti fondamentali del mio lavoro e del mio percorso. Credo fermamente che la performance non sia solo un obiettivo da raggiungere, ma un processo in cui energia, consapevolezza e spirito di squadra fanno la differenza. In questo articolo parlo di come alleno oggi cuore e mente, dentro e fuori dal mondo dello sport.

Buona lettura!


Bertoli: “Dalle schiacciate alle lezioni in università. Ora alleno cuore e mente”
L’INTERVISTA di LUCA BACCOLINI

In un mondo che obbliga alla performance, Franco Bertoli nuota controcorrente: 
«Il risultato non porta a niente. Bisognerebbe cominciare a chiederci come stiamo, mentre facciamo qualcosa», suggerisce la rivoluzione gentile dell’ex campione di pallavolo, bronzo olimpico a Los Angeles 1984, stella della Panini Modena e da anni mental coach al servizio dell’Alma Mater, di sportivi, aziende, manager, ma anche persone comuni che vogliono guardarsi con occhi diversi (e anche per questo ha fondato a Carpi una Initiation School per la comprensione del proprio progetto di vita).

Bertoli, se la definissimo motivatore come la prenderebbe?
«Penso sia una parola invecchiata male. La motivazione è la benzina per fare le cose. Mi definirei più un facilitatore. Si usa spesso “mental coach”, ma “spiritual coach” è l’espressione più corretta. So che parlare di spirito fa pensare ad una dimensione religiosa, ma lo spirito umano è il collante tra corpo e mente. Ed è una parola che usiamo sempre, a volte inconsapevolmente: spirito di squadra, presenza di spirito, intelligenza spirituale, doti fondamentali in ogni campo, sportivo o aziendale.»

Cosa le chiedono le aziende?
«Lavoro con gruppi bancari, ma anche per marchi della grande distribuzione, scuole ed università, per esempio la Business School di Bologna: si tratta di saper utilizzare al meglio l’energia umana, che è un fattore allenabile e che parte sempre dal singolo. Prendiamo una banca, che ha i numeri come obiettivo supremo. Dico sempre ai dipendenti: la raccolta clienti quando la fate, a fine mese o giorno per giorno? La performance non è nella cifra finale, ma nella sfida quotidiana a dare il massimo di noi stessi.»

Facile a dirsi, poi però…
«Tutti siamo portati a pensare di non poter fare grandi cose, da soli. Ma la squadra, l’azienda o addirittura la società sono una continua interazione tra individuo e gruppo.»

Perché ce ne dimentichiamo?
«Perché tendiamo, soprattutto oggi, a vivere costantemente rivolti al futuro, pensando solo al risultato finale, dimenticandoci così del percorso per raggiungerlo. Ad uno studente che si deve laureare direi: goditi il viaggio, prima di pensare a che lavoro farai dopo.»

L’ansia del risultato accomuna tutti?
«Sì. Noto che esiste una paura generalizzata del futuro, amplificata dai grandi temi mondiali che ci fanno sentire minuscoli ed impotenti. Ma è soprattutto in un’epoca come questa che serve coraggio, cioè letteralmente – un’azione che parte dal cuore. Il coraggio è un’energia.»

Lei come se lo procura?
«Considerando il presente come un dono. La gratitudine è una componente sottovalutata del nostro sentire. Essere grati significa evitare un grande pericolo: vedere solo quello che non ho e quello che potrei avere, ignorando cosa ho già conquistato.»

Sui social quel rischio c’è spesso.
«I social hanno amplificato il senso di inadeguatezza, di desiderio spasmodico, di inappagamento. E limitano la concentrazione perché ci portano fuori da noi stessi, togliendoci la presenza di spirito. Bisognerebbe dedicarvisi in uno spazio definito di tempo, non in modo compulsivo, spezzando di continuo il ritmo della giornata. Quando scrolliamo lo smartphone stiamo regalando attenzione a migliaia di sconosciuti che monetizzano il nostro tempo, rubandoci energia mentale e restituendoci solo disorientamento e frustrazione.»

Chi sono i suoi maestri?
«Silvano Prandi è stato l’allenatore che mi convinse ad andare a Torino. Io, friulano, 17enne, non pensavo di poter andare così lontano da casa. Ma lui aveva visto in me il talento che non credevo di avere. Poi cito Velasco, con cui ho passato anni bellissimi a Modena. E ho grande stima degli atleti longevi: Ronaldo, Modric, Lebron James. Hanno milioni di dollari in banca e un’autodisciplina impressionante, che li tiene vivi. E giovani.»

Anche lei lo è ancora.
«Ho quasi 66 anni, quattro figli splendidi. E ogni giorno ringrazio per quello che ho. Ai giovani dico: si fa prima a vedere i difetti che le qualità. Bisogna imparare ad invertire l’ordine.»


Viviamo in un’epoca in cui il risultato sembra essere l’unica metrica di successo, eppure ciò che conta davvero è il viaggio, non solo la meta. Nell’intervista ho voluto sottolineare l’importanza di vivere il presente, coltivare l’energia giusta e riconoscere il valore della squadra, sia nello sport che nella vita e nel lavoro.

Spero che queste riflessioni possano essere utili anche a te! Se vuoi approfondire, ti invito a lasciarmi un commento o a scrivermi.